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Investimento: come funziona l’aumento di capitale in opzione

Nelle proposte di investimento è spesso contenuto a carico della società un obbligo, secondo cui, a fronte dell’erogazione di un primo finanziamento, è tenuta a riconoscere all’investitore un’opzione a sottoscrivere futuri aumenti di capitale.

Quali sono gli effetti di una clausola, che prevede un’offerta in opzione per la sottoscrizione dell’aumento di capitale?

In primo luogo, il diritto di opzione è previsto nell’ambito di un aumento di capitale mediante conferimenti (c.d. aumento a pagamento o reale), che consente alla società di raccogliere nuove risorse finanziarie.

L’art. 2481 bis, comma 1, cod. civ. stabilisce infatti che, in caso di decisione di aumento di capitale a pagamento, i soci hanno “il diritto di sottoscriverlo in proporzione delle partecipazioni da essi possedute” (cd. opzione). Ogni socio è quindi messo nella condizione di mantenere inalterata la propria partecipazione al capitale sociale e di conservare quei diritti che, per legge o in base allo statuto, gli spettano in proporzione alla sua partecipazione. L’offerta in opzione deve però essere consentita dallo statuto, in cui può essere previsto che l’aumento di capitale sia realizzato attraverso un’offerta di nuove quote a terzi. In tal caso, è esclusa o limitata l’opzione.

Nel caso in cui sia consentito dallo statuto, il diritto di opzione può essere esercitato dal socio secondo le modalità stabilite nella decisione di aumento del capitale. È onere degli amministratori comunicare ai soci il termine entro cui sarà possibile sottoscrivere l’aumento di capitale. La comunicazione può essere fornita sia attraverso l’invio di un avviso al domicilio del socio risultante dal Registro delle Imprese sia direttamente in assemblea se ad essa vi partecipino tutti i soci.

Il termine per l’esercizio dell’opzione non può essere inferiore a 30 giorni decorrenti dal ricevimento della comunicazione inviata dalla società con l’avviso di offerta delle nuove quote. Il termine di 30 giorni non può essere ridotto. In ogni caso, i soci possono rinunciare con una decisione unanime al termine di legge in riferimento allo specifico aumento di capitale deliberato.

Nella delibera di aumento può essere prevista infine una specifica regolamentazione inerente alle quote inoptate. La decisione dell’assemblea può consentire che la parte di aumento non sottoscritta da uno o più soci venga sottoscritta da tutti gli altri soci, che l’hanno già eseguita per la parte loro spettante, e/o da terzi.

Avv. Marco De Paolis

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Limiti alla cessione delle quote dei soci fondatori: la durata massima del lock up

Negli statuti o negli accordi di investimento inerenti alle startup e, in generale, a società non quotate, sono frequentemente inserite clausole con cui ai soci fondatori, i quali detengono la maggioranza del capitale, viene imposto l’obbligo di non cedere la loro partecipazione (cd. lock up).

La scelta di investire in una certa impresa è spesso basata in maniera preponderante sulle capacità tecniche e di gestione dei founders. L’introduzione del lock up si giustifica, quindi, frequentemente su questa circostanza.

Per quanto tempo possa essere limitato il trasferimento delle quote è oggetto delle osservazioni che seguono.

Il lock up costituisce una deroga al principio previsto per le società di capitali della libera trasferibilità delle azioni e delle partecipazioni, sia per atto tra vivi, che a causa di morte (artt. 2355 e 2469, comma 1, cod. civ.). Gli artt. 2355 bis e 2469, comma 2, cod. civ. consentono, tuttavia, di limitare il trasferimento delle quote per 5 anni (società per azioni) e per 2 anni (società a responsabilità limitata).

Circa il lock up nella società a responsabilità limitata è emerso un orientamento che considera legittimo introdurre una clausola secondo cui, nel caso di un divieto temporaneo di trasferimento di quote, si può escludere la facoltà di recesso per l’intero periodo di intrasferibilità, anche se superiore a due anni (massima n. 152/2016 Consiglio Notarile di Milano).

Occorre però distinguere, per non vedere applicato il recesso previsto dall’art. 2469, comma 2, cod. civ., tra intrasferibilità delle partecipazioni sociali assoluta o parziale.

In caso di intrasferibilità assoluta, ovvero dell’intera partecipazione e senza limiti di tempo, la possibilità di recedere può essere bloccata per non più di due anni.

Invece, se l’intrasferibilità delle quote è temporanea o applicata a parte della partecipazione posseduta o a trasferimenti nei confronti di determinati soggetti o con corrispettivi diversi dal denaro, è legittimo escludere il diritto di recesso per l’intera durata del divieto di trasferimento, anche se superiore a due anni.

La presenza dei fondatori tra i soci è una garanzia per gli investitori nel processo di sviluppo dell’azienda. Tuttavia, la loro libertà di cedere o meno le quote possedute non può essere limitata per un periodo di tempo superiore a quello di legge, che è calcolato in misura sostanzialmente analoga a quello economico-finanziario, entro cui l’investitore può ritenere realizzabili il progetto di crescita dell’impresa e il ritorno sul capitale investito.

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Startup innovative: con l’azienda sponsor quotata si ottengono capitali e si cedono le perdite

Tra le misure dedicate alle startup innovative la Legge di Bilancio 2017 ha introdotto il supporto finanziario della cd. azienda sponsor.

Nella relazione illustrativa della misura si legge che essa è stata prevista al fine di ovviare  alla difficoltà di reperire risorse finanziarie nei primi esercizi, contraddistinti spesso dalla presenza di perdite, che limita la possibilità di sviluppo di molte imprese innovative.

Come funziona la misura?

La legge (art. 1, commi 76-80, L. n. 232/2016) consente alle startup, partecipate da società quotate (aziende sponsor) per almeno il 20 per cento, di vendere a queste ultime le perdite realizzate nei primi tre periodi d’imposta di attività.

Per la startup il beneficio si produce con l’applicazione alle perdite fiscali cedute dell’aliquota Ires relativa al periodo d’imposta in cui le perdite sono state conseguite. In sostanza, la  startup ottiene una sorta di finanziamento da destinare al proprio sviluppo. Per l’azienda sponsor si realizza, invece, per la possibilità di dedurre le perdite acquistate dal proprio reddito complessivo per l’intero importo, che vi trova capienza, nei primi tre periodi d’imposta, e per l’eventuale eccedenza negli anni successivi senza limiti di tempo. Si richiede, naturalmente, per l’operatività delle misura, che le perdite cedute siano riferite ad una nuova attività produttiva.

Si vuole, quindi, favorire un meccanismo, come è stato precisato nella nota governativa, secondo cui “gli imprenditori affermati aiutano nuovi imprenditori a crescere creando un ecosistema pro startup“.

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Startup: per attrarre investitori puntare più sul loro coinvolgimento operativo che sul business plan

Per lo sviluppo di una startup raccogliere un investimento è una priorità. Nelle prime fasi di sviluppo il reperimento degli investitori si scontra con l’elevato livello di rischio derivante dalla difficoltà di prevedere l’evoluzione della società. Puntare tutto sul business plan non è sufficiente: non sempre è lo strumento più idoneo per valutare se l’impresa merita o meno un investimento.

Per attrarre un investitore è allora opportuno seguire alle soluzioni.

Una di queste è la partecipazione al management. Utilizzare le sue conoscenze e competenze può essere un’opportunità per valorizzare al meglio il prodotto o rendere più efficiente il funzionamento operativo della società.

Proporre degli obiettivi da raggiungere (cd. milestones) è un’altra modalità che permette di rafforzare, agli occhi di un investitore, la credibilità di un team circa la sua capacità di saper sviluppare il modello di business ed il prodotto.

Il coinvolgimento nella governance è altrettanto strategico per ingaggiare un investitore. Gli può essere garantita la presenza non esecutiva negli organi amministrativi e di controllo così come diritti di veto in assemblea e nel Consiglio di Amministrazione per decisioni di natura straordinaria sull’organizzazione e la gestione della società.

Non da ultimo, è opportuno presentare all’investitore una strategia di way-out per recuperare il suo investimento, che può concretizzarsi nella cessione delle quote/azioni ad un’altra società oppure ad un soggetto finanziario (Venture Capital/Business Angel) o attraverso il riacquisto della sua partecipazione da parte dei fondatori. Le clausole statutarie di covendita (drag along e tag along) sono utili per valorizzare l’investimento in occasione dell’uscita dalla compagine sociale. La clausola drag along prevede che, in caso di cessione della propria partecipazione da parte del socio di maggioranza, quello di minoranza ha l’obbligo di unirsi alla transazione e cedere la propria partecipazione. La clausola tag along, invece, attribuisce al socio di minoranza  il diritto di unirsi alla vendita delle quote di maggioranza, cedendo la propria partecipazione alle medesime condizioni offerte dai terzi acquirenti.

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Clausole anti-diluzione nei round d’investimento: come funzionano

Nelle lettere d’intenti, che precedono un investimento, sono frequentemente inserite clausole che tutelano l’investitore, già presente nella compagine sociale, in caso di un successivo round con emissione di quote ad un prezzo inferiore a quello fissato in occasione del precedente. Sono le cd. clausole di anti-diluizione.

Un esempio concreto? Un investitore è diventato socio al momento di un primo round, in cui le quote avevano una valutazione più alta di quella proposta ai nuovi finanziatori per il secondo round. Mediante le clausole di anti-diluizione l’investitore, già socio, dispone del diritto di ottenere, gratuitamente o ad un prezzo scontato, tante quote quante ne avrebbe dovute ricevere se il prezzo fosse rimasto invariato, evitando in tal modo di vedere ridotta la propria partecipazione.

Nella prassi sono state formulate due tipologie di clausole di anti-diluizione: la cd. full ratchet, consistente nella retrocessione di quote in favore dell’investitore così che la valutazione successiva inferiore sia applicata anche a quella antecedente, e la cd. weighted average, che permette la retrocessione di quote in favore dell’investitore fino ad un valore medio (o ponderato) fra la valutazione iniziale e quella successiva.

Queste clausole impattano sulla struttura proprietaria della società: possono, ad esempio, incidere sulle partecipazioni qualificate e, di conseguenza, sulle deliberazioni dell’assemblea straordinaria. Meritano, quindi, un’attenta valutazione ed una trattativa adeguata affinché siano adeguatamente formulate.

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Raccogliere capitali con gli strumenti finanziari partecipativi: una valida opzione per le imprese innovative

Uno dei più efficaci mezzi per raccogliere risorse finanziarie a disposizione delle imprese innovative (startup/PMI) sono gli strumenti finanziari partecipativi (SFP).

Si caratterizzano per l’estrema flessibilità essendo la loro configurazione determinabile sulla base delle particolari esigenze della società emittente e dei suoi investitori. Infatti, in questi strumenti possono essere concordati specifici diritti, come a) una partecipazione più ampia agli utili societari, b) il voto su singole materie di particolare interesse per l’investitore, escluso quelle nelle decisioni dei soci ai sensi degli articoli 2479 e 2479-bis cod. civ., c) la conversione in quote societarie degli SFP con modalità, costi e tempi predeterminati o d) la liquidazione preferenziale degli utili in caso di scioglimento della società.

Per emetterli è necessario che lo statuto della società contenga una specifica clausola in materia; diversamente si dovrà procedere ad una sua modifica che la autorizzi. Una volta deliberata l’emissione di SFP la società dovrà predisporre uno specifico regolamento contenente le regole predefinite per i suoi strumenti. Come premesso, gli SFP sono modellabili da ogni società; pertanto, non esistono regolamenti standardizzati.

Gli SFP rappresentano quindi un utile veicolo capace di attrarre investimenti in denaro da parte di soggetti, non necessariamente interessati al capitale sociale (cd. equity), ma che decidono di puntare ad una remunerazione derivante dal riconoscimento di una più favorevole partecipazione ai futuri utili e/o fatturato.

Le imprese innovative hanno così un’opportunità concreta di attrarre investimenti in quanto non scontano, se costituite in forma di società a responsabilità limitata (srl), il divieto di emissione di titoli debito, se non a favore di investitori professionali (banche, SGR).

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Con le clausole di co-vendita più facile trovare l’accordo con gli investitori

La scelta di un investitore di sostenere un’iniziativa imprenditoriale non si fonda soltanto sui dati economico-finanziari ma anche sulle garanzie che gli vengono fornite circa la sua remunerazione e la valorizzazione della quota, che si presta ad acquistare.

Come si può dunque convincere un investitore? La soluzione è rappresentata dalle clausole di co-vendita rientranti nei diritti particolari dei soci previsti dall’art. 2468, comma 3, cod. civ.. Tra queste la più rilevante, nel nostro caso, è la cd. tag-along.

Questa disposizione, da inserire nello statuto o in un apposito patto parasociale, consente di attribuire al socio finanziatore il diritto di cedere la propria partecipazione alle medesime condizioni pattuite dal socio imprenditore con il terzo acquirente. Altresì, autorizza il soggetto intenzionato a cedere la propria partecipazione di farlo a condizione di ottenere dal suo acquirente l’impegno all’acquisto dell’intero capitale sociale alle medesime condizioni a lui riconosciute.

Mediante questa clausola l’investitore si garantisce anche la possibilità, qualora l’imprenditore decida di cedere la propria partecipazione ad un terzo, di prendere parte al trasferimento beneficiando di un premio di maggioranza.

In ogni caso, a pena di nullità, gli accordi di tag-along devono garantire al socio di maggioranza almeno il valore che gli spetterebbe in caso di recesso (c.d. principio di equa valorizzazione della partecipazione) e non escludere l’investitore da ogni partecipazione alle perdite della società (c.d. divieto del patto leonino). È altresì consentito prevedere che il prezzo pagato dal terzo sia ripartito in maniera non proporzionale rispetto alle partecipazioni possedute.

Dedicate, quindi, la giusta attenzione nelle fasi di trattativa a queste clausole al fine di rispettare i limiti di legge e di definirne ogni elemento con la cura necessaria a favorire l’investimento e a prevenire futuri conflitti tra soci.

Avv. Marco De Paolis
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