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Operativo l’accesso semplificato al Fondo di garanzia per le PMI innovative

A seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 114 del 17 maggio 2016 del decreto interministeriale 23 marzo 2016 del Ministro dello Sviluppo Economico e del Ministro dell’Economia e delle Finanze è operativo anche per le PMI innovative l’accesso gratuito e semplificato all’intervento del Fondo centrale di garanzia.

Ciò significa che, nelle operazioni finanziarie riferite alle PMI innovative, la garanzia del Fondo centrale si applica mediante una procedura semplificata, in base alla quale il merito creditizio dell’impresa non è valutato dal gestore del Fondo, ma direttamente dalle singole banche erogatrici il finanziamento o dai Confidi. Accedere a tale procedura semplificata richiede i seguenti requisiti:

a) la PMI innovativa deve rientrare nella Fascia 1 o nella Fascia 2 di valutazione;

b) il soggetto finanziatore, in relazione al’importo dell’operazione finanziaria, non deve acquisire alcuna garanzia, reale, assicurativa o bancaria, ad eccezione delle garanzie personali o concesse dai Confidi e dagli altri fondi di garanzia.

In presenza dei suddetti requisiti, alle domande presentate sarà assegnata priorità in fase di istruttoria e presentazione al Consiglio di gestione del Fondo.

Il Fondo centrale copre fino all’80% dell’ammontare del finanziamento, nel caso di garanzia diretta, o l’80% dell’importo garantito da Confidi o altro fondo di garanzia nel caso di controgaranzia. L’importo massimo complessivamente garantibile per ogni PMI innovativa è pari a 2,5 milioni di euro, da utilizzare eventualmente attraverso più operazioni.

Avv. Marco De Paolis

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15 milioni di euro in incentivi per artigianato digitale e manifattura sostenibile realizzato da reti d’impresa

Sono in arrivo agevolazioni a sostegno di attività innovative nell’ambito dell’artigianato digitale e della manifattura sostenibile che siano realizzate da Associazioni e Raggruppamenti temporanei di imprese (ATI e RTI) o da Reti di imprese.

La condizione è che questi raggruppamenti siano costituiti da almeno 15 partecipanti, di cui almeno il 50% rappresentato da aziende artigiane o microimprese.

Le modalità per accedere a questi incentivi sono contenute nel decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 17 febbraio 2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 82 del 9 aprile 2015. I termini, iniziale e finale, e le modalità per la presentazione delle domande di agevolazione saranno definiti con successivo decreto a firma del Direttore generale per gli incentivi alle imprese, che sarà emanato entro 90 giorni dalla data di pubblicazione dell’attuale decreto ministeriale, avvenuta, come sopra indicato, il 9 aprile 2015.

In primo luogo, saranno ammessi programmi innovativi, con spese comprese tra 100.000€ e 1.400.000€, finalizzati a) alla creazione di centri di sviluppo di software e hardware a codice sorgente aperto per la crescita e il trasferimento di conoscenze alle scuole, alla cittadinanza, agli artigiani e alle microimprese; b) creazione di centri per l’incubazione di realtà innovative nel mondo dell’artigianato digitale; d) creazione di centri per servizi di fabbricazione digitale rivolti ad artigiani e microimprese; d) messa a disposizione di tecnologie di fabbricazione digitale; e) creazione di nuove realtà artigianali o reti manifatturiere incentrate sulle tecnologie di fabbricazione digitale.

I programmi dovranno prevedere inoltre lo sviluppo, la condivisione e la fruizione di tecnologie digitali per la fabbricazione di nuovi prodotti e la promozione di processi produttivi e commerciali non convenzionali, in particolare attraverso la realizzazione delle seguenti attività: 1) ricerca e sviluppo di software e hardware di fabbricazione digitale; 2) condivisione in modalità open di informazioni, documentazione e dati inerenti a processi progettuali e produttivi, anche attraverso l’impiego di servizi digitali, in particolari a quelli erogati in modalità cloud; 3) messa a disposizione delle tecnologie e dei servizi di fabbricazione digitale per facilitare il passaggio dal concetto di prodotto alla sua realizzazione e vendita, con focus specifico su modellazione e stampa 3D, strumenti di prototipazione elettronica avanzata e software dinamici, tecnologie di open hardware, lavorazioni digitali quali il tagli laser e la fresatura a controllo numerico; 4) diffusione delle nuove tecnologie digitali di fabbricazione e commercializzazione presso le istituzioni scolastiche autonome, istituti di ricerca pubblici, università, imprese ed enti autonomi con funzioni di rappresentanza del tessuto produttivo che hanno sottoscritto accordi di collaborazione.

Infine, i progetti dovranno avere una durata compresa tra un minimo di 24 e un massimo di 36 mesi e prevedere forme di collaborazione con istituti di ricerca pubblici; università; istituzioni scolastiche autonome; imprese ed enti autonomi con funzioni di rappresentanza del tessuto produttivo.

I soggetti ammessi riceveranno una sovvenzione parzialmente rimborsabile, di importo pari al 70% delle spese ammissibili. Nello specifico, la sovvenzione dovrà essere rimborsata – senza interessi, secondo un piano di ammortamento a rate semestrali costanti, per un numero massimo di 10 quote – per una percentuale pari all’85% dell’importo assegnato.
Il restante 15% (da non rimborsare) sarà concesso a titolo di contributo in conto impianti e/o conto gestione.

Avv. Marco De Paolis
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CHIARIMENTI SULL’APPLICAZIONE DEL PATENT BOX

L’Investment Compact, nella sua versione definitiva (Legge n. 33/2015, di conversione del Decreto Legge n. 3/2015), ha confermato il Patent box, il nuovo regime opzionale di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di alcune tipologie di beni immateriali, conseguiti da società ed enti commerciali svolgenti attività di ricerca e sviluppo, che consente, con decorrenza dall’1 gennaio 2015, di beneficiare dell’esclusione, dalla base imponibile delle imposte sui redditi e dell’IRAP, di una quota pari al 30% del reddito derivante dall’utilizzo indiretto di opere dell’ingegno, marchi e brevetti. La predetta quota di detassazione sarà pari al 40% nel 2016 e al 50% (a regime) dal 2017.

L’agevolazione spetta anche in caso di utilizzo diretto dei beni immateriali nell’attività d’impresa. In tale ipotesi, il reddito figurativo derivante dallo sfruttamento delle attività è detassato in misura corrispondente al contributo economico apportato da tali beni nella produzione del reddito complessivo, la cui determinazione dovrà essere preventivamente concordata con l’Agenzia delle Entrate attraverso una procedura di ruling.

Il Patent box, originariamente applicabile ai marchi d’impresa solo se funzionalmente equivalenti ai brevetti, è oggi in vigore anche quelli commerciali.

L’ammontare dell’agevolazione è determinato in base al rapporto tra i costi di ricerca e sviluppo sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene. L’Investment Compact include tra i costi agevolati anche quelli per attività di ricerca e sviluppo affidata in outsourcing (ad università, enti di ricerca o imprese esterne) e quelli sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali ammissibili al beneficio. Resta da definire il criterio di collegamento tra le attività di ricerca e sviluppo e il bene immateriale. In attesa del decreto del Ministero dello Sviluppo economico, di concerto con quello dell’Economia, in merito alla circostanza se le spese di ricerca agevolabili siano riferibili anche ai prodotti commercializzati sotto le vesti del marchio ovvero soltanto al marchio stesso, dalle relazioni tecniche del Ministero dello Sviluppo, si deduce che non si useranno come parametro né la normativa del credito d’imposta né il regolamento UE n. 651/2014 sugli aiuti compatibili con il mercato interno, ma le linee guida OCSE, che tengono in considerazione non solo i costi della ricerca e sviluppo in senso stretto ma anche quelli dell’innovazione legati a marchi, disegni o modelli.

È stato altresì oggetto di revisione il rapporto per calcolare la percentuale massima di detassazione dei redditi derivanti dallo sfruttamento dei beni immateriali agevolabili, con la previsione di un incremento di un ulteriore 30% del numeratore, correlato alle spese sostenute per l’acquisizione di beni immateriali ovvero per i costi sostenuti in outsourcing con le società del gruppo. Pertanto, al numeratore del rapporto va inclusa la totalità delle spese di ricerca, rilevanti ai fini fiscali, sostenute in proprio e di quelle commissionate a soggetti terzi (es. Università ed enti di ricerca esterni), per le quali vi è un riconoscimento integrale. Questo valore va incrementato delle eventuali spese qualificate, rilevanti ai fini fiscali, sostenute per l’acquisizione dei beni immateriali o per contratti stipulati con società del gruppo fino a un massimo del 30%.

Il denominatore del rapporto è, invece, costituito dalla totalità delle spese sostenute relative allo stesso bene. Il beneficio della detassazione sarà pieno, nella misura massima stabilita dalla norma (ossia il 50% del reddito), se le spese con riconoscimento parziale non eccedono il 30% delle altre spese; qualora le prime spese superino tale limite, vi sarà una riduzione proporzionale del beneficio crescente con l’aumentare di dette spese rispetto alle altre.

Con le disposizioni attuative del decreto del Ministero dello Sviluppo economico, di concerto con quello dell’Economia, si dovrà inoltre precisare se il calcolo dell’agevolazione dovrà essere eseguito con riferimento ad ogni singolo marchio o brevetto o in modo cumulativo per anno di riferimento, nonché se i costi debbano essere sostenuti nell’anno in cui si intende beneficiare dell’agevolazione.

Infine, va ricordato che l’opzione per l’applicazione del Patent box ha validità per 5 esercizi ed è irrevocabile. Decorso il quinquennio di applicazione sarà possibile di rinnovare il regime opzionale.

Avv. Marco De Paolis
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Nessuno corrispettivo al lavoratore che realizza un’invenzione “occasionale” non brevettata

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5424 del 18 marzo 2015, ha confermato il principio secondo cui al dipendente che realizza un’invenzione “occasionale” non spetta alcun compenso, se l’attività inventiva non rientra nell’ambito delle mansioni e non viene brevettata.

La Suprema Corte ha, infatti, sostenuto che, nell’ipotesi di invenzione cosiddetta «occasionale» (art. 24, RD n. 1127/1939), «la concessione del brevetto costituisce la condicio iuris cui è subordinato l’esercizio del diritto del lavoratore, autore dell’invenzione, al canone o al prezzo, non essendo sufficiente l’asserita utilizzazione di fatto dell’invenzione da parte del datore di lavoro».

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Esclusione del socio da una srl: solo se ci sono clausole dettagliate che la prevedano

L’esclusione di un socio da una srl è prevista dall’art. 2473 bis c.c. a patto che questa situazione sia prevista dallo statuto della società e che siano individuate specifiche ipotesi che la autorizzino per giusta causa.

Attenzione, dunque. La giurisprudenza (Trib. Milano, 28 febbraio 2014, Trib. Milano, 7 novembre 2013, Trib. Milano, 25 novembre 2011) è infatti concorde nel sostenere che non siano valide le clausole statutarie, in cui non siano espressamente menzionati i comportamenti che, per la loro gravità, siano tali da giustificare l’esclusione del socio. Di conseguenza, se lo statuto sociale è generico, la maggioranza non può approvare validamente l’uscita di un socio dalla compagine sociale. Ciò per l’evidente ragione che non risulterebbe rispettato il dettato della norma secondo cui, pur riconoscendo piena autonomia statutaria, si è legittimati ad espellere un socio solo in presenza di casi predefiniti.

Ma quali azioni possono essere considerate tanto gravi da escludere il socio? L’art. 2473 bis c.c. non viene in aiuto in quanto il testo della norma è generico. È, quindi, compito delle parti, in occasione dell’attività di redazione dello statuto, individuare le circostanze oggettive che possano rappresentare una giusta causa di esclusione (ad es., una condanna penale, l’incapacità sopravvenuta, l’esercizio di un’attività in concorrenza).

Consiglio, quindi, di dedicare la giusta attenzione alla discussione di queste regole, che devono essere chiare e precise per consentire di definire, in tempi certi e rapidi, l’uscita di un socio senza che la società sia penalizzata da una compagine societaria, priva della giusta concordia tra i suoi componenti, con possibili ripercussioni nei processi decisionali.

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Pmi innovative: questi gli emendamenti all’Investment Compact

Il Decreto Legge n. 3/2015 (cd. Investment Compact) è giunto all’attenzione della Camera per l’iter di conversione e il nuovo testo prevede alcuni emendamenti che riguarderanno il nuovo status societario delle pmi innovative.

Vediamo quali sono le modifiche rispetto alla versione originaria approvata dal Governo.

Il nuovo testo chiarisce, in primo luogo, che sono solo le società di capitali, anche in forma cooperativa, non quotate in un mercato regolamentato, i soggetti candidabili alla qualifica di pmi innovativa.

Di maggior rilievo è la seconda precisazione inerente ad uno dei requisiti opzionali per diventare PMI innovativa. L’emendamento stabilisce che, ai fini della determinazione del volume di spese, oltre che a quelle in ricerca e sviluppo, devono essere prese in considerazione anche quelle in innovazione.

Le agevolazioni fiscali a chi investe nelle PMI innovative sono applicabili sia alle pmi che operano sul mercato da meno di 7 anni dalla loro prima vendita commerciale sia alle pmi presenti sul mercato da più di 7 anni dalla prima vendita commerciale purché presentino un piano di sviluppo di prodotti, servizi o processi nuovi o sensibilmente migliorati rispetto allo stato dell’arte del loro settore. Il piano di sviluppo dovrà essere valutato e approvato da un organismo indipendente di valutazione, espressione dell’associazionismo imprenditoriale, ovvero da un organismo pubblico, che sarà individuato mediante un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze da emanare, di concerto con il Ministero dello sviluppo economico. Si modifica, quindi, la versione originaria del decreto legge in cui si menzionavano solo le PMI innovative costituite da non oltre 7 anni.

Il nuovo testo obbliga, inoltre, le PMI innovative (nel decreto erano esentate) al pagamento dei diritti di segreteria per gli adempimenti relativi alle iscrizioni nel Registro delle imprese, nonché del diritto annuale dovuto in favore delle Camere di Commercio.

È infine confermato il deposito di apposita autocertificazione per l’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese, da istituire presso le Camere di Commercio. Nel documento, la pmi richiedente l’iscrizione dovrà indicare a) ragione sociale e codice fiscale; b) data e luogo di costituzione, nome e indirizzo del notaio; c) sede principale ed eventuali sedi periferiche; c) oggetto sociale; d) breve descrizione dell’attività svolta, comprese l’attività e le spese in ricerca e sviluppo; e) elenco dei soci; f) elenco delle società partecipate; g) titoli di studio ed esperienze professionali dei soci e del personale la cui prestazione lavorativa è connessa all’attività innovativa delle PMI, esclusi eventuali dati sensibili; h) relazioni professionali, di collaborazione o commerciali con incubatori certificati, investitori istituzionali e professionali, università e centri di ricerca; i) ultimo bilancio depositato nello standard XBRL; l) elenco dei diritti di privativa su proprietà industriale e intellettuale; m) numero di dipendenti; n) sito internet.

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Rent to buy, nuova opportunità per i proprietari immobiliari: queste le tutele

Il rent to buy (o contratto di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili) è una tipologia contrattuale che, essendo ora disciplinata nel nostro ordinamento (art. 23, DL n. 133/2014), può rappresentare una buona alternativa per le imprese costruttrici di ampliare il proprio mercato e di individuare una soluzione per ridurre il proprio invenduto.

Che cos’è il rent to buy? È un contratto di locazione con opzione mediante il quale il conduttore ottiene la facoltà di acquistare l’immobile locatogli entro una data predeterminata e ad un prezzo prestabilito alla data di stipulazione dell’accordo. In esso le parti definiscono l’ammontare del canone di locazione e di quello da versare in conto acquisto.

Il rent to buy presenta tuttavia per i soggetti concedenti alcune criticità. La prima è determinata dalla circostanza che essi non possono alienare a terzi l’immobile per tutta la durata del contratto. La seconda è rappresentata dall’incertezza circa la decisione del conduttore se acquistare o meno l’immobile al termine fissato nell’accordo con conseguente obbligo di restituire la parte dei canoni imputata in conto acquisto. La terza è, infine, costituita dal deprezzamento del valore dell’immobile al momento della riconsegna per l’uso che ne è stato fatto nel periodo di durata della locazione e dalla necessità di eseguire lavori di manutenzione per rendere il bene appetibile a nuovi clienti.

Alla luce di queste osservazioni come può tutelarsi il concedente?

In caso di mancato esercizio dell’opzione di acquisto, così come nell’ipotesi di inadempimento nel pagamento dei canoni, può essere formulata la richiesta di restituzione dell’immobile esercitando le azioni previste per la sua liberazione.

Per le opere di manutenzione necessarie a ripristinare lo stato dell’immobile, una volta riconsegnato, il concedente può trattenere una parte dei canoni percepiti a titolo di compensazione. È pertanto opportuno tutelarsi al momento della stipulazione del contratto inserendo clausole che autorizzino una restituzione parziale dei canoni a titolo di risarcimento oppure il versamento di una caparra confirmatoria.

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Il passaggio generazionale come opportunità d’innovazione delle imprese familiari

Il nostro tessuto imprenditoriale è principalmente familiare. Questa circostanza è vista da alcuni come un potenziale rischio per il futuro economico dell’Italia, specie in tempi di passaggi generazionali, ormai sempre più frequenti, nella cui gestione sarebbero trascurate l’innovazione e la capacità imprenditoriale, presupposti imprescindibili per una crescita dell’impresa. Infatti, le nuove generazioni, avviate alla guida dell’impresa, non possono che interagire con i prodotti e/o i servizi di grande successo creati da quella precedente e, quindi, si trovano nella spesso complessa situazione di dover pensare a quali innovazioni proporre al mercato.

Nella mia esperienza ho riscontrato che l’innovazione nelle imprese familiari non può prescindere dal legame con quello che si sa fare bene. Un’impresa di successo, che segue questo indirizzo e si impegna nel migliorare e nel competere a più ampio raggio, ha tutte le potenzialità per costruirsi un solido futuro.

Certamente, basarsi su un percorso già tracciato ed affermato rende più difficile innovare, ma questo processo ha la grande opportunità di basarsi su competenze e conoscenze eccellenti. Lo sforzo delle nuove generazioni deve quindi concentrarsi sulla comprensione e sull’adattamento ai continui mutamenti del contesto economico.

Chi persegue con determinazione e coraggio le opportunità, basandosi su quanto fatto da chi li ha preceduti, potrà infatti consolidare l’affermazione dei prodotti di successo della sua azienda e avrà la forza di crearne di nuovi e imporli sul mercato.

Avv. Marco De Paolis
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Smart&Start: queste le caratteristiche del finanziamento degli “investitori qualificati” per il punteggio aggiuntivo

Uno dei punti, su cui molti aspiranti candidati alle risorse del bando Smart&Start hanno chiesto chiarimenti, riguarda il ruolo dei cd. “investitori qualificati”. È, infatti, previsto, nella valutazione delle domande, un punteggio aggiuntivo per le start up innovative, il cui piano d’impresa risulti finanziato per almeno il 30% da uno o più investitori qualificati.

Ma che natura deve avere questo finanziamento? Il bando precisa che il finanziamento da parte degli “investitori qualificati” deve essere effettuato mediante conferimenti in denaro iscritti alla voce del capitale sociale e della riserva da sovrapprezzo delle azioni o quote della start-up innovativa, anche in seguito alla conversione di obbligazioni convertibili in azioni o quote di nuova emissione. Fate attenzione! L’iscrizione deve essere stata eseguita prima della stipula del contratto di finanziamento con Invitalia.

Su chi siano, invece, gli “investitori qualificati” si deve fare riferimento alle normative CONSOB.

Rientrano in questa categoria 1) i soggetti tenuti ad essere autorizzati o regolamentati per operare nei mercati finanziari, sia italiani che esteri (banche; imprese di investimento; altri istituti finanziari autorizzati o regolamentati; imprese di assicurazione; organismi di investimento collettivo e società di gestione di tali organismi; fondi pensione e società di gestione di tali fondi; i negoziatori per conto proprio di merci e strumenti derivati su merci; soggetti che svolgono esclusivamente la negoziazione per conto proprio su mercati di strumenti finanziari e che aderiscono indirettamente al servizio di liquidazione, nonché al sistema di compensazione e garanzia (locals); altri investitori istituzionali; agenti di cambio).

Altresì, si qualificano come “investitori qualificati” le imprese di grandi dimensioni che presentano a livello di singola società, almeno due dei seguenti requisiti dimensionali, a) totale di bilancio (€ 20.000.000); b) fatturato netto: (€ 40.000.000) e c) fondi propri (€ 2.000.000), e gli investitori istituzionali, la cui attività principale è investire in strumenti finanziari, compresi gli enti dediti alla cartolarizzazione di attivi o altre operazioni finanziarie.
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